La pasta è forse il centro dell'universo gastronomico italiano. La Divella ne produce 140 tipi, De Cecco altrettanti, Barilla una cinquantina, Buitoni oltre 60, Agnesi circa 40.
Ognuno di questi formati ha un nome, che spesso varia a seconda della regione o del produttore. Certo, gli spaghetti restano sempre spaghetti, ma i fusilli a volte si chiamano eliche; i tortiglioni (maccheroni con rigatura obliqua), diventano per alcune marche "elicoidali", mentre in Umbria li chiamano "boconotti", che invece in gran parte dell'Italia meridionale sono dolcetti ripieni di crema, o cioccolato, mandorle, marmellata, ecc. Golosità che però non vorrebbero unirsi mai neanche al migliore dei ragout!
Nella categoria "pasta lunga all'uovo" abbiamo (in ordine decrescente di larghezza) pappardelle, fettucce, fettuccine, lasagnette, tagliatelle, tagliolini e taglierini.
Differenti nomi che nascondono solo un infinito amore per la pasta, quella buona, italiana, di grano duro.
La pastasciutta è una specie di universo gastronomico. La pasta va d'accordo con qualsiasi altro commestibile vegetale e animale, in tutte le combinazioni. Associazioni, armonie gastronomiche che sono ancora da esplorare fino in fondo.
(Tratto da: Vincenzo Buonassisi, "Piccolo Codice della Pasta", Rizzoli, Milano 1973, p. 5)
Questo modo di dire sta cadendo in disuso, forse perché ultimamente ci piace molto prendere in prestito dagli inglesi le parole, ma non la cucina! Tuttavia è sintomatico di come nella lingua italiana cibo e linguaggio siano strettamente e intimamente legati. Lo fa notare il filosofo Andrea Tagliapietra in un suo articolo:
Noi abbiamo 'appetito' di conoscenza, 'sete' di sapere o 'fame' d'informazioni. Noi 'divoriamo' un libro, 'facciamo indigestione' di dati, 'abbiamo la nausea' di leggere o di scrivere, non siamo mai 'sazi' di racconti, 'mastichiamo' un po' di inglese, 'ruminiamo' qualche progetto, 'digeriamo' a fatica alcuni concetti, mentre 'assimiliamo' meglio certe idee piuttosto che altre. Noi ci 'beviamo' una storia soprattutto se nel narrarcela sono state usate parole 'dolci', invece di condirla con 'amare' considerazioni, con battute 'acide' o 'disgustose', o, peggio, con allocuzioni 'insipide' e 'senza sale'. Non a caso le storielle più 'appetitose' sono quelle infarcite di aneddoti 'pepati', di descrizioni 'piccanti' e, vuoi anche, di paragoni 'gustosi'.
(Articolo pubblicato su "XAOS. Giornale di confine, n.1, marzo-giugno 2005", dal titolo "La gola del filosofo. Il mangiare come metafora del pensare". Neretti redazionali)